Cari assunti, convenienti precari,
anni fa sono stato in vacanza in Francia. Un viaggio itinerante in auto che mi ha portato da Parigi alle spiagge della Normandia. Lungo la strada incontravo spesso dei cantieri e mi sono reso conto che, durante le pause, gli operai facevano una cosa straordinaria: leggevano romanzi.
Lì potevi vedere sul bordo di un marciapiede, o sui pilastri del cantiere, mentre sorseggiavano il caffè alla fine del pasto, assorti nella lettura e insensibili al caos cittadino, neanche fossero nella più silenziosa delle biblioteche.
Un caso, direte voi. Negli anni successivi ho visto operai di altri paesi, Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Finlandia e il risultato era sempre lo stesso: dovunque andassi, nel nostro progredito occidente, incontravo operai lettori.
Insisto su questo punto, per parlare un po’ di noi.

Mi domando perché mai la nostra scuola debba chiamarsi dell’obbligo. Altrimenti nessuno ci andrebbe? Forse perché la cultura e lo sforzo intellettuale sono visti come ostacoli all’ingresso nel mondo del lavoro? Chiaramente, nessuno di noi andrebbe dal panettiere chiedendo tre rosette in latino, ma la cultura serve a formare la propria testa, non solo a darti un diploma: serve a imparare a ragionare. Da noi, invece, il pezzo di carta è visto solo come certificato necessario per accedere a un posto di lavoro come un altro. Per lo stesso motivo, se fai il carpentiere o il manovale ritieni che non ti serva affatto studiare e imparare a usare il cervello, cosa invece utile per non farsi imbambolare da tutti quelli che ti volteggiano attorno: padroni come sindacalisti.
La nostra ignoranza, unita ai diritti conquistati col sangue negli anni ’70, ha creato veri mostri: fabbriche che non producono, sindacati che difendono operai mascalzoni a scapito degli altri, aziende che decidono deliberatamente di sfruttare il sistema di assistenzialismo nazionale mungendo la vacca finché ha le mammelle piene, salvo poi pianificare la fuga appena i soldi finiscono.
Come la FIAT che, stanca di produrre poche auto in stabilimenti lenti come le indagini per le stragi di mafia e consapevole di non poter certo cambiare la cultura del lavoro del nostro paese – cosciente soprattutto di esserne in buona parte artefice – decide di spostare la produzione in altre nazioni. In Serbia, per esempio, dove gli stipendi arrivano a 400 euro e i governi sono pronto a staccare assegni pari a quelli firmati da noi per decenni, pur di tenere in piedi l’azienda di Torino.
A questo punto come si possa ancora chiamare Fabbrica Italia il progetto di Marchionne, non lo so. La storia dell’investimento nel Paese è solo un bluff per farci comprare una FIAT, facendoci credere di essere ancora compatrioti di un’azienda che di italiano ha solo la furberia.
Dal padrone fino all’operaio, il caso FIAT è l’emblema del nostro sistema culturale, prima che occupazionale. Mentre in America gli operai rimettono a posto da soli i capannoni, affinché non diventino fatiscenti, da noi aspettiamo sempre che lo Stato, come un corpo estraneo alle nostre vite, risolva i problemi che ci affliggono: lavoro, sanità, giustizia. Dimenticando, legislatura dopo legislatura, che lo Stato siamo noi. – Arnald