Danni collaterali.
Cari assunti, convenienti precari,
stamattina, complice il caldo, sono uscito di casa un po’ prima.
La metropolitana era insolitamente vuota e ad accompagnarci nel viaggio c’era un musicista: un ragazzo (?) sui 35 con la chitarra che cantava De Andrè da dio. La sua faccia mi era familiare e la mia doveva esserlo per lui. Finita la canzone si avvicina e ci riconosciamo: un mio compagno delle scuole medie. È un po’ imbarazzato, gli chiedo di uscire a prendere un caffè. Lui accetta, ma non prima di aver fatto il giro per raccogliere qualche spiccio dai passeggeri annoiati. Al bar parlottiamo un po’ finché non vado dritto al punto: “Perché sei in metro con una chitarra?”.
Sento una storia classica dei nostri giorni: laurea con lode in (udite udite) ingegneria, stage non rinnovato, call center di tamponamento, call center di resistenza, call center come precario impiego stabile, fanculo al call center. Centinaia di curricula inviati, colloqui promessi e non sostenuti, rientro a casa dai genitori: la sintesi delle disgrazie di un precario. La sua chitarra, da strumento per rimorchiare nella gita di scuola, da passatempo e momento di evasione, è diventata la sua busta paga.
Ci siamo salutati così, senza neanche prometterci di rivederci (non sia mai, avrà pensato lui).
Sono arrivato a lavoro con un peso sullo stomaco infinito. Un senso di rabbia, di sconfitta, una voglia di mangiarmi il giornale che leggevo, dove campeggiano i soliti noti che ci stanno fottendo giorno dopo giorno e ai quali non riusciamo ad opporre niente, se non una rassegnazione generazionale. Il sospetto che a pagare tutti i danni fatti nei palazzi di potere siano le nuove generazioni è diventato una certezza. Ma a questo punto è diventato una certezza anche questo: è ora che a pagare siano i potenti, non più noi. – Arnald




14 luglio 2010 - 13:36
Mi si è stretto lo stomaco. Non ho parole.
Lodi al tuo amico ingegnere per il coraggio che ha avuto.
Saremo in tanti a finire così.
Non vedo luce. Aiuto.
16 luglio 2010 - 11:23
Non mi riesce un commento.
Vorrei dire qualcosa ma come apro la bocca avviene una esplosione di parole e definizioni che a causa della pressione con cui sono trattenute nei pensieri corro il rischio che i discorsi che escono siano tamente inbevuti di rabbia da sembrare perfino senza senso.
21 luglio 2010 - 21:25
Cose del genere non devono succedere, mai più.
Riprendiamoci il futuro.
Possiamo farcela.
Dobbiamo farcela. Ci stanno distruggendo tutto quello che abbiamo: speranza, volontà, sdegno.
Non glielo permetteremo ancora a lungo.
26 luglio 2010 - 11:46
Grazie arnald, perchè mi dai modo di ridere delle mie disgrazie…e di quelle del Paese.
Se solo non ci fosse da piangere :S
26 luglio 2010 - 21:13
Diciamo, cara Paola, che ormai il tempo delle risa è quasi finito. Mi pare giunto il momento di riprendersi un po’ di cosette. – Arnald
14 agosto 2010 - 01:57
Io sto per laurearmi in legge.
Sto anche raccogliendo informazioni per un corso serale da idraulico.
Ormai se non hai il culo parato è cosa dovuta, è passato il tempo dell’indignazione.