La festa è finita.
Cari assunti, convenienti precari,
arriva la data più temuta dalla nostra classe politica. Quella che rimette in discussione l’animo diviso della nazione: fascisti o antifascisti? Partigiani o repubblichini? La data è così temuta che molti, sentendo la parola “venticinque” fanno gli scongiuri come per il venerdì 13. Non poche le proposte, nei salotti segreti del potere, di cambiarlo in calendario con “24 bis”, prendendo spunto dalle cabine delle spiaggia di Ostia, dove lo spaventoso 17 è sostituito da un benevolo 16 bis. Perché è ovvio che la festa della liberazione porti sfiga a questo Paese. Guardate le conseguenze di questo folle atto democratico: sessantacinque anni di inciuci, tragedie, appalti, urne precedute da sfiancanti campagne elettorali. Anche con il Vaticano s’è rischiata ripetutamente la rottura diplomatica a causa dell’omonimia tra il 25 Dicembre e il 25 Aprile: non si può dare lo stesso numero a una data di occupazione e una di liberazione. Hanno ragione, cazzo.
Fortunatamente, gli italiani hanno messo in atto, nel giro di poche generazioni, un’opera di rimozione del trauma imposto dalla storia. Così, il 25 Aprile è diventato negli anni un giorno di festa come un altro. Una specie di San Valentino, ma senza gadget e cioccolatini in vendita. Nessun impegno richiesto, se non quello di dimenticare e lasciarsi andare tra le braccia protettive e restrittive del potere che verrà. – Arnald




24 aprile 2010 - 02:10
Temo che tu abbia ragione Arnald,oramai da anni è in atto un’opera di svuotamento del significato del 25 aprile visto dai più come una ricorrenza di poveri nostalgici partigiani.
Ovviamente “dai più” inteso come i pochi che conoscono il significato di questa ricorrenza,perchè credo che dai 25 anni in giù la maggioranza proprio non ne comprendano il significato.
Nella grande distribuzione si lavora il 25 aprile come il 1 maggio da molti anni,e purtoppo nessuno si scandalizza più..l’importante è trovare il pane fresco al mattino..
24 aprile 2010 - 10:28
Come ogni ricorrenza di origine meramente propagandistica, il 25 aprile tende a sfiorire allo scemare della vulgata che l’ha generata, in questo caso quella filoresistenziale.
Anche perchè una festa “di liberazione” che si rispetti dovrebbe celebrare noi che ci liberiamo dallo straniero, non lo straniero che ci libera da noi stessi.
24 aprile 2010 - 11:10
Caro Simone,
per certi versi ti do ragione. Quando studiavo storia, sul testo che ho analizzato per la tesi di laurea (X secolo) si parlava degli “italici” come di un popolo (ben prima che decidessimo seriamente di diventarlo) pronto a farsi conquistare e liberare, senza peraltro essere in grado di fare scelte responsabili. Il 25 Aprile però, non dovrebbe parlare degli Americani, ma dei resistenti al regime che ci aveva trascinati in guerra. Semmai sai qual è la cosa triste? Che siamo diventati da fascisti a partigiani in massa nel giro di poche ore. Come te la spieghi tu quella massa di gente che salutava l’invasore tedesco a calci nel culo, accogliendo il successivo come se niente fosse? Semplice: non abbiamo mai avuto una coscienza nazionale e civile, che ben poco ha a che vedere con la politica e i suoi litigi su questa data.
C’è una scena ne “La Ciociara” che non capivo da ragazzino. Un tizio riceve qualcosa in dono da un americano che sfila verso Roma e commenta: “Però i tedeschi erano più simpatici, loro ci davano la cioccolata”. Benvenuti in Italia, italiani. – Arnald
24 aprile 2010 - 22:24
Emancipando la storia dall’ideologia non è possibile considerare la Resistenza come un movimento popolare di massa, e il 25 aprile non è altro che la triste conclusione del dramma vissuto dagli italiani fra l’8 settembre ‘43 e il 25 aprile ‘45.
Un tracollo etico-politico dove la stragrande maggioranza degli italiani si rintanò in una “zona grigia”, umiliata e passivamente dedita ad un rassegnato “primum vivere”.
La crisi dell’identità nazionale nasce proprio da lì, da quella “zona grigia” di 42 milioni di persone. Non è affatto vero come dici tu che “…non abbiamo mai avuto una coscienza nazionale e civile”, l’abbiamo purtroppo perduta cercando di risorgere dall’8 settembre con un “patriottismo della costituzione”, surrogando il patriottismo con l’antifascismo, mentre un forte sentimento nazionale in Italia avrebbe favorito il processo di ricostruzione del nostro paese.
24 aprile 2010 - 23:10
E dove l’avremmo dovuto prendere questo sentimento nazionale? Secondo me dalla frase “fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani”, la questione non è ancora stata realizzata. Senza contare che, piaccia o meno, il fascismo ci ha portato ad allearci con i tedeschi che, questioni etiche a parte, hanno rovinosamente perso la guerra. E noi con loro. – Arnald
27 aprile 2010 - 17:19
“l’abbiamo purtroppo perduta cercando di risorgere dall’8 settembre con un “patriottismo della costituzione”, surrogando il patriottismo con l’antifascismo, mentre un forte sentimento nazionale in Italia avrebbe favorito il processo di ricostruzione del nostro paese.”
diomiocheschifosignoramia..il “patriottismo della costituzione” è roba per i debosciati sinistri mollaccioni con l’orecchino, altro che il forte sentimento nazionale, sicuramente proprio della maschia gioventù con romana volontà… ’ste storie le ho già sentite. Di solito da oratori in camicia nera o che avrebbero voluto indossarla
Preferisco Piero Calamandrei:
la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Marino
28 aprile 2010 - 00:07
Apprezzo il tentativo di ricondurre la conversazione entro i binari di stereotipi classici, orecchino e camicia nera, ma purtroppo si discorreva di storia e non di politica. Mi rendo conto che non cadere nella trappola dell’interpretazione ideologica è molto difficile e
apprezzo la citazione del costituzionalista. Purtroppo il fatto è che la nostra Repubblica nasce da un grosso compromesso e dalla negazione di se stessi come nazione, questo ha costretto a “navigare a vista” chi la Costituzione l’ha dovuta fare e far funzionare (es. De Gasperi).
Se questo significa essere revisionisti lo sono assolutamente ma non ho l’abitudine di accettare dogmi e, piaccia o no, la visione mitopoietica della Resistenza è uno dei dogmi da cui dobbiamo liberarci.
28 aprile 2010 - 15:52
“Purtroppo il fatto è che la nostra Repubblica nasce da un grosso compromesso e dalla negazione di se stessi come nazione”
Trovami una costituzione che non è nata da un compromesso. Ti sparo un saggetto di 300 pagine sulle origini della costituzione americana? con la prima versione ultrafederalista, la seconda vigente, i compromessi sui poteri dello stato federale, l’aggiunta del Bill of Rights… e funziona ancora
“negazione di sè stessi come nazione”… oddio, lo sai che ’sti teorici della morte della patria allievi del tardo De Felice, Battista e Berardelli, per dirne due, erano miei compagni di università?
Allora: quale nazione? quella di Mazzini (con tutta la sua retorica religiosa poco apprezzabile), che trovava il suo coronamento nell’unità europea? Direi che ci siamo, più o meno. Anche se di questi tempi i doveri non vanno tanto di moda, siamo il popolo delle libertà di fare quello che c… ci pare…
Quella dei nazionalisti di Corradini (“io sono uno che gli immortali principi della rivoluzione francese gli fanno schifo”) e degli interventisti che inneggiavano alla bellezza del massacro che manco bin Laden fatto di crack (google Papini), scavalcando allo stesso tempo un parlamento neutralista e quindi il popolo sovrano?
Resto dell’idea che sarebbe stato meglio ammazzarli tutti, tanto erano meno di quelli che sono morti in trincea e valevano di meno dell’ ultimo contadino ammazzato nelle offensive di Cadorna.
Altre idee di patria e nazione? Gioberti e il papa re a capo di una vaga federazione? magari facciamo contenti Bossi e Ratzinger in una botta sola?
La nazione che ha respinto come “sottouomini” gli ebrei che pure avevano partecipato al Risorgimento e alla politica post-unitaria, senza manco un fremito non dico di indignazione ma di dubbio?
Il patriottismo a base dinastica, che Emanuele Filiberto a Sanremo ha seppellito si spera per sempre, ma bastava la fuga a Pescara, e la posizione a pecorina assunta nel ‘22 (“faccia, benito… metto più vasellina?” … averci avuto qualche vero patriota, tipo Cromwell o Robespierre)
Sarò polemico, ma ognuno accetta i suoi dogmi. I miei sono supportati da un pò di carte dell’archivio centrale dello stato, i tuoi da Pansa?
Insomma, l’unico patriottismo possibile oggi è quello costituzionale perchè
- è stato il miglior frutto delle culture politiche italiane e ha messo a fuoco un pacchetto di valori condivisi;
- non ce l’ha regalato un sovrano illuminato, come lo Statuto Albertino, o un’autorità d’occupazione come McArthur in Giappone, CE LA SIAMO CONQUISTATA NOI;
- ci ha riportato nel grande filone democratico europeo;
- ha permesso di mediare tra culture, partiti e interessi che altrove sono finiti in una guerra civile;
e non è un caso che i paesi con una più salda coscienza nazionale sono quelli dove i valori della repubblica e della costituzione ne sono alla base: Francia e USA. Liberiamoci dai dogmi della Resistenza e della costituzione, resta la terra bruciata.