Archive for aprile, 2010

Guerra di secessione.

La festa è finita.

Cari assunti, convenienti precari,
arriva la data più temuta dalla nostra classe politica. Quella che rimette in discussione l’animo diviso della nazione: fascisti o antifascisti? Partigiani o repubblichini? La data è così temuta che molti, sentendo la parola “venticinque” fanno gli scongiuri come per il venerdì 13. Non poche le proposte, nei salotti segreti del potere, di cambiarlo in calendario con “24 bis”, prendendo spunto dalle cabine delle spiaggia di Ostia, dove lo spaventoso 17 è sostituito da un benevolo 16 bis. Perché è ovvio che la festa della liberazione porti sfiga a questo Paese. Guardate le conseguenze di questo folle atto democratico: sessantacinque anni di inciuci, tragedie, appalti, urne precedute da sfiancanti campagne elettorali. Anche con il Vaticano s’è rischiata ripetutamente la rottura diplomatica a causa dell’omonimia tra il 25 Dicembre e il 25 Aprile: non si può dare lo stesso numero a una data di occupazione e una di liberazione. Hanno ragione, cazzo.
Fortunatamente, gli italiani hanno messo in atto, nel giro di poche generazioni, un’opera di rimozione del trauma imposto dalla storia. Così, il 25 Aprile è diventato negli anni un giorno di festa come un altro. Una specie di San Valentino, ma senza gadget e cioccolatini in vendita. Nessun impegno richiesto, se non quello di dimenticare e lasciarsi andare tra le braccia protettive e restrittive del potere che verrà. – Arnald

Piano B.

Cari operai della Fiat,
Perché continuate a sperare nella carità dello Stato? O nel buon cuore di Yaki? Cosa vi fa pensare che la dirigenza plurimilionaria del Gruppo voglia far il vostro interesse prima del proprio? Insomma: qual è il male incurabile che vi fa piantonare i cancelli di Termini Imerese per uno stipendio da fame, dimenticando che il grosso della torta (gentilmente offerta dai contribuenti) se lo sbafa la banda di Torino? Perché, per esempio, in una terra come la Sicilia, tanto priva di infrastrutture, strade, ferrovie, ospedali (in poche parole Stato) non vi costituite in cooperativa? Se abbiamo mantenuto Lapo e i suoi vizi, perché non dare una mano a voi? Il vostro dramma non è la chiusura dell’impianto, ma quella dei vostri occhi chiusi di fronte alla grande opportunità che avete davanti: farcela da soli. Meglio essere attivi cari operai. A fare la parte dei passivi, gira che ti rigira, lo si prende sempre nel culo. – Arnald

Melina.

Cari precari,

se i litigi intestini alla maggioranza vi fanno sorridere, levatevi quel ghigno dalla faccia. Alle prossime elezioni ci separano tre anni e non credo che Fini possa far cadere tanto facilmente il governo. Se anche fosse, ci troveremmo comunque di fronte ai lunghi tempi di una nuova esilarante campagna elettorale, per cui tutte le riforme e le speranze di miglioramento della nostra economia e condizione lavorativa verranno rimandate.
Se invece il governo non dovesse cadere, potete scommetterci che Berlusconi porterà la polemica avanti fino alla fine della legislatura. E questo è ancora peggio, perché se non hai un interlocutore a cui rivolgere le tue proteste e proposte, sei praticamente tagliato fuori finché non ne trovi uno. Come uscirne? Braccare tutti, governo e opposizione con piazze sempre gonfie: paralizzare il paese e tenerlo continuamente sull’attenti. Otterremo due risultati: il primo, costringere la politica a occuparsi di noi. Il secondo, ben più importante: trovare un nuovo è serio soggetto politico. – Arnald

Orizzonti.

Andate in pace.

Cari assunti, convenienti precari,
dopo i bagordi della campagna elettorale, i TG di tutta Italia sono a caccia di notizie. Ecco che tornano protagonisti i morti sul lavoro. Sì, sempre questi arroganti, presuntosi, rompicoglioni che provano a conquistare le pagine dei giornali. Ultimo in lista, tale Sergio Capitani, operaio di trentaquattro anni. Un infido lavoratore che si è fatto ammazzare da un tubo pieno di ammoniaca nella centrale elettrica di Civitavecchia, proprio alla vigilia di Pasqua. Un piano diabolico per rubare la scena alla star del momento: Gesù Cristo. Caro mio, ti è andata male. Gesù è morto a trentatre anni, non a trentaquattro, e di lui ancora si parla. Di te invece, tempo una settimana, non si ricorderà più nessuno. – Arnald

p.s.: Sergio Capitani è morto da tre giorni. Ho aspettato a parlarne perché se avesse deciso di risorgere, che figura ci avrei fatto io?

Il vero volto della flessibilità.

Cari assunti, convenienti precari,
avvicinandosi la data del 9 aprile con le manifestazioni di piazza contro il precariato, vi ripropongo un post del 2008. Non perché non abbia voglia di scrivere, piuttosto per dimostrare (se ve ne fosse ancora biosgno) l’immobilità di questa nazione. – Arnald

Cari precari,

voi che affollate le aziende e gli uffici pubblici dovete capire che siete tutti imprenditori di voi stessi: quindi niente pensione. Esiste modo migliore per deresponsabilizzare completamente imprese, Stato e politica, che abbandonare semplicemente i lavoratori a se stessi?
Un tempo mi domandavo: Come pagheremo lo stato sociale e le pensioni se non versiamo altro che briciole di contributi? Come pensano di risolvere la cosa ai piani alti?”. Poi ho capito che lassù, nel superattico, non ci pensano affatto. Le imprese sanno che la politica starà al loro gioco, così i diritti elementari scompaiono e quando parliamo di un futuro luminoso lo facciamo solo con il miraggio dei sei mesi di contratto. La strada è scritta e sarà difficile cambiarne i contenuti. Forse hanno ragione quando dicono che siete tutti imprenditori: la vostra impresa sarà arrivare al mese successivo, alla settimana successiva. A domani.
Personalmente sono stanco di questa storia che il Paese, per risollevarsi, ha bisogno di un patto d’obbedienza tra impresa e lavoratori che ci riduce a essere servi e complici di un sistema fondato sulla fine dei diritti.
Oggi lavorare e ammalarsi è un problema. Lavorare e fare figli è un problema. Ma è un problema tutto nostro al quale la politica non darà soluzioni, ma solo assestamenti di volta in volta più pesanti per noi.
Cari miei, abbiamo ancora la nostra democrazia e il diritto di protestare e scendere in politica per togliere la poltrona a questi sfruttatori. Insomma diamoci da fare perché se questo Paese vuole risollevarsi, deve prima di tutto sollevarsi. – Arnald

Stato di famiglia.

Voci della sinistra.