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Cari precari,
continua la caccia grossa ai barconi di immigrati in mare.
La mattanza prevede che i tonni che hanno abboccato al sogno di una vita migliore, vengano pescati e riportati con le reti nei paesi da cui erano partiti. E non c’è nemmeno lo chance del ripescaggio per asilo politico a farti entrare in Italia dove, come ogni ospite che si rispetti, ti fanno puzzare dopo appena tre giorni che ci stai. Sarà forse perché i CPT, o come diavolo si chiamano, sono fatiscenti e sovraffollati.
Ma se i poveri del mondo sono pesci facili da far cadere nella rete della disperazione, fa specie che gli italiani siano ancora tanto polli da credere alle parole di Maroni e soprattutto di Berlusconi.
Non vogliamo essere una società multietnica? D’accordo, allora tutti noi usciamo dai nostri uffici, abbandoniamo le nostre scrivanie, smettiamo di prendere lauree come fossero aspirine e rimettiamoci a lavorare la terra, a cogliere pomodori, aranci e limoni. Torniamo a piegare la schiena nelle risaie e a spezzarcela sui campi. Ritroviamoci come in passato a dimostrare sessant’anni a quaranta. Torniamo nei cantieri a morire al posto di questi nuovi schiavi del sommerso e della misera paga. Rimettiamoci le parannanze nei retrobottega e nelle cucine. Mandiamo le nostre mogli e sorelle a pulire il culo ai nostri vecchi che tanto schifiamo, delegando le loro vite alle badanti.
Magari è la volta buona che tornando e essere immigrati in patria, riusciamo a scaricare tutti gli stronzi che ci governano da più di sessant’anni. – Arnald