ricercatori_morti.png

Ciao a tutti flessibili e precari.
La settimana scorsa sono successe molte cose, dalla social card ai primi provvedimenti per i precari che perderanno il lavoro, ma ciò su cui mi vorrei concentrare ora sono altre due notizie.
La prima è l’ennesima bocciatura consecutiva (la terza) per Renzo Bossi, figlio dell’Umbertone nazional-padano. Non c’è niente da fare, questo ragazzo proprio non ci riesce a passare la maturità e ovviamente il suo babbo non ha niente di meglio da fare che prendersela con gli insegnanti che lo hanno bocciato. Non lo sfiora nemmeno il pensiero di aver messo al mondo un figlio limitato o quanto meno di averlo cresciuto tale.

Ma più di così cosa si può fare? Renzo ha avuto ben più di un’occasione per passare questo esame in barba alla decenza e alla sua stessa dignità di studente. Ha goduto di chance di realizzarsi che altri si possono sognare.
Chi per esempio? Beh, non solo i normali e comunissimi studenti di questo paese, ma anche un certo ricercatore, tale Emanuele Patanè, reo di essersi laureato con 110 e lode, idoneo all’esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca e stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone.
Questo tumore il nostro Lele non se l’è mica procurato cazzeggiando con sigarette e affini, ma ingoiando letteralmente fumi nocivi di un laboratorio ai limiti del terzo mondo, nella facoltà in cui per l’appunto si specializzava.
Ma la sua morte non è isolata perché nello stesso laboratorio sono decedute altre quattro persone: cinque, se ci mettiamo anche il bambino perso da una ricercatrice al sesto mese di gravidanza.
Certo, direte voi, ma a questi, sapendo la fine alla quale andavano incontro, chi gliel’ha fatto fare di andare in un laboratorio del genere? Incoscienza? Idiozia? O semplicemente spirito di sacrificio per realizzare il sogno per cui sono diventati prima studenti, poi ricercatori?
E quanti di noi avrebbero rinunciato?
E poi, cari precari, non è forse vero che tutti noi accettiamo le regole di un paese alla sfascio?
Quanti hanno fatto stage senza rimborso? Quanti hanno lavorato in nero? Quante hanno chiuso un occhio di fronte alla domanda “lei vuole avere figli” durante un colloquio?
Quanti si sono fatti male sul posto di lavoro e hanno lasciato stare per evitare complicazioni col capo o per paura di perdere il posto?
Quanti hanno semplicemente rinunciato a un lavoro per proteggere la propria salute e allungarsi la vita, finendo però per non avere risorse per farne qualcosa di buono della vita stessa?
Scusate la valanga di domande. Ma l’amarezza è molta e mi stupisce anche che la morte di questo ragazzo, peraltro trattata solo da Repubblica, si legga non prima della ventesima pagina del giornale. Una notizia pubblicata accanto alla curiosa bocciatura del figlio di Bossi (ma sai quanto cazzo ce ne frega a noi) che nonostante non sappia fare niente se non indossare una maglietta contro l’inno di Mameli mostrando il dito medio che dovrebbe mettersi vicendevolmente in culo col padre, si guadagna le prime pagine dei giornali.
Intanto la fuga di cervelli prosegue a spron battuto e le mete sono tante: Inghilterra, USA, Germania, Francia, Canada. Oppure, come per il nostro Lele, direttamente l’altro mondo. – Arnald