Conversione e riconversione.

Ciao a tutti flessibili e precari.
Ieri i grandi del pianeta si sono riuniti a Washington per discutere i problemi del mondo e cercare una prima soluzione alla crisi. Diciamo che hanno rinviato il tutto al 31 Marzo, giorno in cui si rivedranno, ma senza Bush per riscrivere le regole della finanza internazionale.
Hanno ribadito la voglia di salvare il liberismo ed evitare forme di protezionismo deleterie al libero scambio, ma la missione sarà più dura di quanto si possa immaginare.
La fede nel liberismo è caduta di fronte all’evidenza dei fatti: l’economia mondiale abbandona i dettami del Mago Greenspan Zurlì e adesso tutti si convertono all’etica e aspettano il Mosè che ci porterà fuori dal deserto della crisi. Che questo Mosè debba essere Obama sembra ormai accettato da tutti, ma io ci vedo un ultimo atto di deresponsabilizzazione dei potenti che preferiscono attendere l’uomo forte su cui scaricare tutti i problemi accumulati in otto anni di amministrazione Bush negli Usa e di riflesso nel mondo.
Negli States, ha raccontato Obama durante la sua prima conferenza stampa da Mr President, in un anno sono stati persi un milione e duecentomila posti di lavoro. Insomma, una vera catastrofe.
Obama ha deciso di intervenire e per questo, ben prima del suo insediamento nello studio ovale, comincerà a lavorare con Goerge per rimettere in moto l’economia.
L’America è una terra grande, ricca di risorse e con un’industria e un mercato interno che possono tornare a lavorare in sinergia, garantendo la rinascita di un’economia ora in grande stato di deflazione, oltre che recessione. Per deflazione si intende, detto in soldoni, il continuo rinvio di acquisti da parte dei consumatori “perché i prezzi caleranno ancora e quindi conviene aspettare”.
Chiaramente gli aiuti che la coppia Obama-Biden daranno all’economia americana non si limiteranno a mettere una pezza ai redditi dei poveracci, ma a rimettere in moto il mercato del lavoro creando domanda e offerta, e facendo ripartire la costruzione di infrastrutture.
Insomma, Obama non ha nessun interesse a farli diventare consumatori depressi, ma preferisce farli rientrare in un meccanismo di produzione e soddisfazione di consumi.
Cosa accade invece qui da noi?
Per l’anno che viene è prevista una catastrofica mattanza di posti di lavoro precari che si troveranno immancabilmente a chiedere soldi a destra e manca, togliendoli al normale mercato dei consumi.
A parte lo stato psicologico in cui si trovano queste persone (spero di non finire tra loro), la cosa grave è che non c’è mai stato fino a oggi alcun interesse sul destino di chi perdeva il proprio posto precario.
Anzi, una riassunzione nella stessa azienda o da un’altra parte, ma nello stesso anno, è sempre stata conteggiata come un nuovo contratto a scapito della disoccupazione. Un dato solo politico con cui i fautori del precariato (non certo della flessibilità) hanno costruito consensi e occupato poltrone.
Ma da qualche giorno al Ministero del Lavoro è in discussione la possibilità di dare un’indennità di disoccupazione anche ai precari che perdono il lavoro.
È chiaro che se hanno deciso di mettersi a lavorare su questa cosa le stime dei licenziamenti vanno ben oltre le peggiori aspettative. Si parla di cinquecentomila contratti a tempo determinato e a progetto, ma c’è chi non ha paura di sbilanciarsi e nomina la cifra tonda di un milione.
Ora, direi che è lodevole cercare una soluzione a questo problema, ma non vorrei che si finisse a fare le solite operazione di tamponamento di una diga che sta per venire giù.
Cosa organizzeranno? Una nuova cassa del mezzogiorno? Una nuova cassa integrazione?
Questo, tanto per cambiare, ci condannerebbe a un altro mostruoso immobilismo che stavolta non lascerebbe scampo: le altre economie ripartirebbero, la nostra andrebbe a farsi benedire nonostante la “protezione” di Eurolandia.
Ma non sarebbe meglio, tanto per cominciare, capire questi precari cosa sanno fare e vedere se non sia il caso di spostare il denaro nella creazione di posti di lavoro in settori assolutamente deficienti del Belpaese?
Questo procedimento si chiama riconversione e ne abbiamo avuto una prova di gigantismo durante le due guerre mondiali.
Diciamo che qui da noi non serve una guerra mondiale per decidere di sostituire la produzione di auto con quella di treni, tram e autobus. Non serve l’invasione di un Reich per spostare la produzione dei palazzinari in infrastrutture utili per noi e per chi deve visitare il nostro paese.
Si tratta di cambiare le regole del business. Quello che mi chiedo sempre più spesso è perché mai continuiamo a foraggiare un sistema industriale che produce beni (si fa per dire) che alla lunga gli si rivoltano contro. Il mercato dell’auto è un esempio eclatante di questo processo: la Fiat va male? E noi ci inventiamo qualcosa per vendere più auto (delle quali non si sente più il bisogno) e magari se non possiamo proprio aiutare la produzione mettiamo gli operai in un limbo salariale.
Ma adesso, finalmente, si allarga il fronte del problema: che ce ne facciamo dei migliaia di laureati che di mestiere rompono le palle al telefono cercando di vendere Tele2, Alice, Wind ecc. a qualche malcapitato anziano? Che ce ne facciamo di tutti i precari che fingono di far carriere negli studi di avvocati, nelle aziende che ogni anno abusano del contratto a progetto e che non assumono mai?
Che ce ne facciamo di tutti quei ragazzi che non hanno un’istruzione universitaria, ma che magari hanno studiato in istituti professionali?
Cosa faremo di quelli che non possiamo più assumere come bidelli per un voto di scambio e che dovranno riadattarsi finalmente a fare i classici lavori “che noi italiani non vogliamo più fare”?
A me pare chiaro che dobbiamo spostare finalmente il centro del problema dalla sopravvivenza di enormi aziende, manager e oligarchie di ricchi a quella dell’intera economia del Paese.
Io non smetterò mai di dirlo. In Italia abbiamo un bene che non sfruttiamo se non in minima parte: il turismo.
Una storia plurimillenaria e un tesoro paesaggistico che stiamo sprecando per arricchire qualche stronzo a scapito della comunità.
Ormai i turisti cominciano a rinunciare al nostro paese e preferiscono visitare la Grecia, la Spagna e altre nazioni che sfruttano meglio le loro risorse storico-naturali nonostante siano palesemente inferiori alle nostre.
Se vogliamo tornare a star bene conviene esportare quello che di meglio abbiamo: turismo e made in Italy, (dove per made in Italy non si intende una merdosa macchina identica a qualsiasi prodotto cinese, ma manifatture, auto blasonate, moda e prodotti enogastronomici in mercati dove la crisi non esiste e dove è iniziata la corsa al consumo “alto”).
E il turismo non significa solo piazzare quattro ragazzi a vegliare il Marco Aurelio, ma costruire infrastrutture, migliorare la viabilità, gli accessi alla città, i servizi, i mezzi pubblici, i taxi, le strade: una lista infinita di occasioni occupazionali che rendono più di qualsiasi vendita singola di auto. Sarebbe il nostro inesauribile pozzo petrolifero.
Ma per fare queste cose serve prima di tutto uno sforzo politico univoco in cui per una volta si possano mettere in discussione ideologie e interessi per una rivoluzione necessaria e comunque inevitabile.
Sta a noi decidere se cavalcare l’onda del cambiamento economico, o farci semplicemente travolgere da lei. – Arnald
p.s.: L’altro giorno ho avuto occasione di parlare con un imprenditore romano che mi ha detto queste parole: “Nella mia azienda non posso più assumere a tempo indeterminato. Sono pieno di gente che si ammala per dieci giorni e che scarica le sue responsabilità su tutti i precari che lavorano per me. Loro (i primi) abusano dei propri diritti e privilegi e se ne fregano di chi invece non ne ha alcuno. Lo sbilanciamento che c’è tra le due condizioni è immorale e pesante: direi insopportabile”.
Beh, questo signore ha ragione. Il mercato del lavoro ha bisogno di ammortizzatori sociali, di mobilità reale e non di sfruttamento da ogni parte. Ogni volta che si assume una persona a tempo indeterminato, per avere un licenziamento si deve chiamare praticamente un avvocato divorzista che pone condizioni incredibili all’azienda che deve licenziare.
Questo, come sempre fa parte della nostra “cultura” da orticello lì dove l’interesse comune, come per esempio quello di far funzionare un ufficio, viene messo in secondo piano per farsi un paio di mesi di vacanza in più. Insomma: la solita italietta di merda.



17 novembre 2008 - 00:01
Ciao Arnald,
per prima cosa ci dovremmo sbarazzare di tutti questi politici mummificati…che non hanno orizzonti nuovi se non quelli di mantenere il proprio posto di potere.
Poi, sai quale sarebbe il vero motore che farebbe cambiare il nostro mercato del lavoro?
Fare un decreto legge che dall’oggi al domani eliminerebbe il T.I. a tutti, indipendentemente dall’eta’, dalla posizione che occupa e se pubblico o privato.
Questa si che sarebbe una rivoluzione intelligente…
17 novembre 2008 - 15:06
Volevo segnalare il documento del movimento degli studenti della Sapienza sulla ricerca, in quanto contiene molte indicazioni a proposito di precariato e di stages:
http://www.uniriot.org/downloads/ricerca.pdf
18 novembre 2008 - 10:19
Bella la rivoluzione di Anna:
Tutti precari, potere assoluto alle Aziende!!!
Invece di estendere diritti togliamoli a chi ce li ha già: licenziamenti più facili!
vero Arnald?
Non prendetevela con i lavoratori a tempo indeterminato!!!
18 novembre 2008 - 11:29
Non si tratta di questo Stefano.
Sono d’accordo con te: non si può abbattere il diritto per far diventare tutti i lavoratori di serie B.
Ci pensavo per esempio stamattina leggendo della sentenza Thyssen: che ne sarebbe, per esempio, della sicurezza sul lavoro se abbattessimo sindacati e tempo indeterminato che mettono le aziende nelle condizioni di dover rispondere alle esigenze degli operai?
Però, la storia di questo paese è fatta anche di abusi.
Ne abbiamo visti e ne vediamo tanti.
Personalmente ho visto la differenza di trattamento che c’è tra me e i tempi indeterminati e loro non se ne fanno un grande problema. Quando scatta l’ora x corrono tutti a timbrare nonostante si lavori in un’azienda privata e non pubblica. Io stesso sono stato vessato da un personaggio ai limiti della decenza che l’azienda prova a cacciare e non può perché quello sventola la bandierina dei suoi diritti.
Che dobbiamo fare?
Subire, appendere gli imprenditori i capi per i coglioni nella pubblica piazza?
Non me la prendo solo coi lavoratori a tempo indeterminato: io me la prendo con tutto questo paese del cazzo vissuto per decenni sulla spalle di chi sarebbe venuto dopo: cioè noi. – Arnald
18 novembre 2008 - 21:37
Caro Arnald,
nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso (non l’ho detto io..). Io personalmente sull’argomento contratti in Italia leverei l’art.18 (il posto fisso è anacronistico, con Cina e India che pensano già ad andare sulla luna), ma allo stesso tempo renderei possibili solo 2/3 tipi di contratti: per es. 1) a termine, stessi diritti/doveri degli altri dipendenti, retribuzione lorda superiore del 50% del tabellario per il ruolo corrispondente, non rinnovabile max 12 mesi di durata; 2) apprendistato/stage (sono diversi lo sò..è per rendere l’idea), per ragazzi con max25 anni e studenti universitari, che alla laurea si trasforma in tempo indet; 3) tempo indet. Quindi, fosse per me, libertà di licenziare tutti quanti quando si vuole (con preavvisi stabiliti dai contratti collettivi), ma possibilità di stipulare solo questi contratti qui. Fine… ho notato in alcuni tuoi recenti commenti una certa “rabbia” e rassegnazione (non so come descrivere meglio..). Vorrei consigliarti il seguente video (a certi può non piacere, ma io l’ho trovato notevole..):
http://www.youtube.com/watch?v=UF8uR6Z6KLc . Per il resto, ti tranquillizzo da Italiano recentemente emigrato. L’Italia non conta più nulla, possiamo solo migliorare :) A presto, Riccardo
19 novembre 2008 - 00:51
Notevole è notevole. Parlo dei video che ci ha lasciato Riccardo. Non so cosa non possa piacere di questo video: è la storia di un successo di un’umanità pazzesca. La vita e i desideri di un uomo che alla vita ha chiesto tutto e la vita l’ha accontentato. Di più: è la storia di un uomo che ha convinto la vita a suon di creatività. Che dire. Ma tu dove sei emigrato Riccardo? – Arnald
19 novembre 2008 - 21:29
Caro Arnald,
certi dicevano che il filmato è un pò “gonfiato” :) (siamo parlando di Stanford… eheheh). Io adesso sono in Germania a lavorare (sono coinvolto in vari progetto, ma non sono a progetto-manco sanno cosa sia…), almeno qualche anno sarò quì, poi vedremo… e adotto una filosofia di vita simile a quella del video. Perchè dovrei accettare condizioni di lavoro senza dignità? Non ho nulla da perdere…anche io ho avuto le mie esperienze in Italia, brutte e belle..compresi colloqui di lavoro et similia. Alla fine ho fatto a gara col mercato del lavoro italiano per vedere chi è più cocciuto nel raggiungere i suoi obbiettivi..e ho avuto la mia soddisfazione, alla fine :). Per questo motivo non provo che compassione sia per le aziende italiane che propongono condizioni lavorative non adeguate (chiuderanno presto perchè senza personale qualificato, lo state vendendo ogni giorno adesso..ma fino a ieri andava bene a tutti..) sia per coloro che le accettano, perchè non fanno altro che sminuirsi, e perdere del tempo prezioso, che non tornerà più. E la dignità, ed il tempo (che NON ABBIAMO), non hanno prezzo. Riccardo
22 novembre 2008 - 08:48
Io guarderei ai modelli lavorativi in europa: Olanda, Germania, Inghilterra…
troppo spesso gli italiani si parlano addosso, discutendo e facendo proposte che partono dalla visione solo del proprio box, mentre al di fuori c’e` gia` la soluzione, basta imitarla. Lo stato italiano e` marcio, dalla base, parte dalla politica…vedo difficle un cambiamento, vedo piu` facile un crollo totale nei prossimi 3 anni. Speriamo che dopo possiate ricostruire…
14 gennaio 2009 - 11:20
beh spero di servire di aiuto a quelli che leggeranno miei commenti (scusate la mia mancanza di ortografia no sono italiana). Sono alla ricerca della verita, la giustizia e di aiuto per me e per gli altri, esiste la tutela al lavoratore? dove?, si sei un lavoratore precario, e di sicuro nessuno vuole esserlo e perche la tua famiglia ha bisogno di te, e anche tu come persona hai una dignita, purtroppo il lavoratore precario e meno di niente, tutela zero. NO FIDATEVI DEI CONTRATTI A CHIAMATA, NO ACETTATELI, per sperienza personale tuoi diritti vengono calpestati, nessuno conosce le legge, o fingono di non sapere, alla fine te liccenziano quando vogliono, e tu? no ti aspetta niente. In due anni di lavoro ho accumulato solo 10 settimane di lavoro quindi no mi aspetta la disoccupazione. Se qualcuno si trova nella mia situazione o vuole aiutarmi a difendermi, o vogliamo difendersi insieme contro la non tutela li prego di contattarmi sandra_beaton@yahoo.it