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Dunque precari,

facciamo il punto di questi ultimi tempi o non ci capisco più niente.
Parleremo un po’ di politica, ma quel tanto che basta per non essere faziosi né qualunquisti.
Io non amo i post troppo lunghi, quindi perdonate questa eccezione.
Diciamo che per comodità dividerò il post in punti, così se non vi interessa un argomento potrete saltarlo direttamente.

Punto primo, la crisi dei mercati.
Non ci si capisce molto e come dice un mio caro amico, se mettessimo a confronto le prime pagine dei giornali di giorno in giorno, capiremmo da subito che anche la stampa sta giocando con la nostra salute mentale, solo perché ossessionata dai titoli eclatanti.
Quindi, oggi le borse vanno a picco, domani toccherà andare sulla luna per trovare la fine di quel grafico che tiene in piedi le sorti del mondo.
Parlando in soldoni (che non ci sono più), questi beati santi finanzieri hanno fatto investimenti e speculazioni con denaro che non esisteva, se non sulla carta come promessa di pagamento per chi aveva acceso un mutuo negli States. Diventando i compratori di case insolventi verso le banche, la montagna di carta spacciata per soldi, torna ad essere carta e anche di infimo valore.
Insomma, tutto è cominciato così (almeno credo, anche se a occhio c’è molto di più sotto), ma ogni giorno scopriamo qualcosa di nuovo.
Ora per esempio, l’intervento statale può avere due risultati: da una parte rallentare la morte di questo sistema rendendo la caduta meno dolorosa, dall’altra accelerarla. In Italia finiremo senza dubbio sulla seconda ipotesi per un motivo molto semplice: i soliti noti plasmati sul modello geronzi-tanzi&co., si mangeranno tutta la torta a disposizione lasciandoci riccamente nella merda.

Punto secondo. Le emissioni di CO2.
Qui da noi, si sa, l’agenda politica la dettano le grandi forze industriali e della finanza. Basti pensare che la Panda (o la Punto o il modello che vi pare), ha chiesto a Marchionne di chiedere al governo di chiedere all’Unione Europea di non abbassare i livelli di CO2 per non mettere in crisi la nostra industria dell’auto. E non dite che non è vero, perché quello non è mica scemo e ha cominciato a lamentarsi da parecchi mesi.


Ovviamente il governo ha preso il problema per le palle dando dei “pazzi” a tutti gli specialisti di Bruxelles che chiedono il rispetto dei patti del protocollo di Kyoto e affini.
Se questo non fosse già sufficiente, l’Italia minaccia il veto alla risoluzione dell’Unione e chiede (cioè ordina) una sospensione di 12/15 mesi per rifare bene i conti. Io mi gioco la VolksWagen di mio padre che in questi dodici mesi si farà qualche decreto stile “rottamazione” per vendere tutto il vendibile prima dell’inevitabile accettazione del protocollo sulle emissioni di anidride carbonica.
Così diamo una bella spintarella alla Fiat, magari cavalcando il rinato mito dell’italianità a scapito dei cazzoni europei che stanno lì ad aspettare che noi, a braccia tese, mettiamo a posto i conti dei soliti ricchi.
E quando Bruxelles dice che abbassando il livello di emissioni possiamo guadagnarci, non dice niente di sbagliato: nessuno degli stati europei ha la nostra storia. Nessuno ha un paesaggio ricco, straripante di beni naturali e storici come i nostri. Solo con quello potremmo vivere sugli allori. Se a questo sommassimo la necessità di creare infrastrutture e riconvertire le nostre fonti di energia, avremmo migliaia di nuovi posti di lavoro, meno costi sociali sul groppone, meno futuri problemi con l’inquinamento e tutto quello che comporta (pensate alla mozzarella di bufala e al fallimento dei caseifici campani, o alle malattie che pesano sui bilanci della nostra sanità).
Investiremmo su un futuro in cui il “made in Italy” tornerebbe ad essere prodotto elevato, senza dover fare la guerra con giganti come Cina e India. Un futuro che si riapproprierebbe dei turisti che ormai scelgono la Spagna e la Grecia piuttosto che infilarsi nell’incubo delle nostre spiagge sporche e trasandate e in una serie di servizi che erano vecchi giù trent’anni fa.
Potremmo far ripartire la ferrovia, unica sistema di collegamento di massa che per ora, tanti sono i suoi disservizi, divide questo paese invece di unirlo.
Ma i tempi sono quelli che sono e la paura, unita alla furbizia di chi sta in alto, sono ancora un ostacolo insormontabile.
Oggi si taglia su tutto, il capitalismo è diventato una semplice corsa al risparmio e lo Stato non ha più di che nutrire i suoi cittadini in cerca di ammortizzatori sociali.
La sinistra si è suicidata, il centro-sinistra si è omologato alla destra che cavalca su questa landa desolata, con solo il vento a fargli da opposizione.

Punto terzo. La protesta.
In queste settimane si torna nelle piazze. Ieri è stata la volta degli insegnanti e degli studenti, la settimana prima ci sono andate la sinistre extra-parlamentari (extra terrestri direi) e l’Italia dei valori. Io ho anche firmato il referendum contro il lodo Alfano e invito tutti, che siate di destra o di sinistra a farlo. Il 25 giù di nuovo con il PD.
Qualche considerazione va fatta. In primo luogo, la fine dell’esperienza di governo ha coinciso per le forze di sinistra in un salto nel passato. Mi sono quasi pisciato sotto dalle risate quando ho visto passare Marco Rizzo col pugno alzato, preceduto da un camion che mostrava questo striscione: “Georgia=svastica (simbolo). Noi sempre dalla parte della Russia”. Tutto mentre l’inno dell’URSS suonava a spron battuto.
Sarebbe a dire? Di che cazzo stiamo parlando?
Di lavoro o di ideologie sepolte? Di un paese che ha bisogno di una sinistra moderna e che sappia guardare al domani o di un branco di lobotomizzati che mantengono la posizione come in una partitella di risiko?
L’Italia dei Valori ha un grande merito: è maleducata al punto di dire le cose come stanno a destra come a sinistra. Ma quello che ancora manca a quel partito è un progetto, un’idea a lungo termine che non coincida con la longevità di Berlusconi.
Io credo che questo sia uno degli ultimi autunni in cui potremo scendere in piazza, ma non perché qualcuno ce la toglierà, semplicemente perché smetteremo di farlo, proprio perché non abbiamo più quei punti di riferimento politici che ci hanno accompagnati per tanti anni.
Inutile rispolverarli, non servirebbe proprio a niente, anzi, come ha dimostrato la sfilata delle sinistre radicali di cui vi ho parlato, ormai le vecchie ideologie sono patetiche e non sanno fare i conti con la realtà e il presente.
Questo vale anche per la destra. Non lasciatevi ingannare: dietro i grembiuli, le braccia tese, le manganellate, e gli insulti razzisti non c’è proprio nessuna ideologia, ma un semplice voto di scambio procuratosi distribuendo paure.
Niente di più. Ma è normale e fisiologico che accada: quando un organismo è in affanno, perde lucidità e finisce per dimenarsi alla ricerca di una soluzione che non arriva. E quell’organismo sono i cittadini compongono lo Stato che hanno deciso di perdere. – Arnald