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Ciao a tutti flessibili e precari.

Da sempre si dice, ed è sostanzialmente vero, che nel nostro paese è difficilissimo fare carriera e che è un processo molto più lento che in qualsiasi altro stato.
Sappiamo tutti perché: capi e sottocapi (signori, vasalli, valvassini e valvassori) sono affezionati alle loro poltrone più che alle loro moglie (e mariti) e l’unico modo per schiodarli è un infarto fulminante. Diciamo che è un immobilismo endemico che si aggrava quando poi entra in gioco anche il nepotismo più sfrenato.
Ma nella nostra Italia degli eccessi troviamo anche stagisti che su questa situazione di stallo ci marciano di brutto, allontanando dalle proprie giornate lo spettro della fatica.
Qualche sera fa (udite udite) sono uscito con Ghost e Leetah (che pochi di voi conoscono anche se ogni tanto ha fatto commenti precisi e puntuali su questo blog), due cari amici di idee piuttosto diverse dalla mie per molti aspetti, ma con i quali ho sempre un gran piacere di parlare.
Mi sono fatto un sacco di risate a sentire la storia di uno stagista poco più che ventenne che, ripreso dal direttore per le sue presenze quantomeno altalenanti, ha risposto semplicemente: “Il mio contratto di stage dice che non ho obbligo di rispettare orari. Ho un monte di ore da fare entro la scadenza del contratto e nessuno può dirmi come e quando farle.”
Ora, non posso nemmeno immaginare qualcuno capace di dargli ragione, perché secondo questo principio, fare uno stage significa solo accedere a un pezzo di carta che dice “io c’ero”.

Che la vita degli stagisti sia dura nessuno lo mette in dubbio. Io ci sono passato per quasi un anno (la mia seconda volta, la prima solo quattro mesi) e altri peggio ancora. Ognuno di noi, ieri sera, veniva da una storia di sacrificio ben condita dalla passione: segnata da un senso di responsabilità verso il posto di lavoro e verso se stessi che ti fa crescere professionalmente e umanamente.
Invece, tanti di quelli che finiscono nella fase stage, non reggono la responsabilità, la fatica, la frustrazione che fanno parte del mondo del lavoro da sempre, anche quando non si parlava di co.co.pro. e affini.
Questa mentalità è stata costruita da decenni di diritti abusati, di posti di lavoro ottenuti con voti scambio (vedi anche DC, vedi anche PSI, vedi anche PDS) e con la fine della cultura come humus essenziale per la formazione di una persona (vedi Forza Italia).
Questa mentalità è stata costruita da una classe lavoratrice che diceva e dice: “Questo mi è dovuto”, senza niente da restituire: solo sfruttamento di leggi che avrebbero resistito molto più a lungo se l’impiego pubblico, tanto per citare uno dei colpevoli, o caste di lavoratori troppo coccolati come i piloti Alitalia, non avessero mangiato fino a rendersi loro indigesti al sistema.
Questa mentalità è frutto di una cultura politica e televisiva (tanto ormai vanno di pari passo) che ti fanno sentire un coglione se provi a darti da fare nella vita e che ti spiegano come l’ambizione sia andare a far pompini negli studi televisivi o nelle aule di Montecitorio.
Una cultura che insegna ad aggirare le leggi e farsene di proprie, tanto lo Stato è assente e non viene mica a controllare. E se lo Stato prova a controllare allora me lo compro e faccio come dico io.
Insomma, in questo bel paesello di furbetti, il lavoro è diventato un nemico, qualunque esso sia: la flessibilità è l’alibi che permette agli imprenditori (non tutti, ovviamente) di assumere scaricandosi di costi e responsabilità.
Il precariato è l’alibi che permette alle nuove generazioni di lavoratori (non tutti ovviamente) di lamentarsi da subito delle pessime condizioni di lavoro e che li aiuta a non crescere, a non uscire di casa e fare la propria (a volte alterna) fortuna. – Arnald