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Ciao a tutti.
Come sapete Alitalia si avvia al fallimento.La cosa mi interessa poco. Anzi, mi avvicino alle pagine che ne parlano quasi con fatica perché sono lo specchio di questo paese. Non uno specchio rotto, ma uno bello lucido e compatto in cui si riflettono tutti i radicalismi di questa nazione.
Da una parte un governo (uno come mille, non è un dato politico il mio) che come sempre ha pensato più a se stesso che al paese. Dall’altra i lavoratori di un’azienda per primi divisi dalle loro differenti condizioni sociali: dai precari ai piloti. Questi ultimi, casta superprivilegiata al pari dei politicanti che gli sedevano di fronte al momento della trattativa.
Al centro, tra le parti il nostro bravo sindacato. O meglio, non uno. Ben nove sigle per difendere i diritti di questi dipendenti.
C’era quello dei piloti, quello del personale di terra, c’erano le tre sigle classiche e altri gruppetti più o meno grandi a sbarrare la strada al buon senso.Insomma: ce lo ricordiamo tutti che questi coglioni hanno fatto saltare l’accordo con Air France in combutta con Silvio pur di mettere il loro veto, giusto?
Ecco come finisce un sindacato: come uno che si taglia le palle per fare un dispetto a sua moglie.

Amarezza? Presa di coscienza?
Non so cosa mi capita questi giorni. Certo è che sono stanco di addossare le colpe agli altri.
Quando avevo 18 annni, (ora ne ho 33), era facile dire a mio padre e al mondo adulto in genere: “Ma che razza di paese ci state lasciando in eredità?”. Adesso non è più così. Di tornate elettorali me ne sono fatte pure io.
Pensate che una volta, con ammanicamenti vari sono riuscito pure a fare lo scrutatore, togliendo il posto a quello del mio palazzo che (guarda caso) veniva estratto tutti gli anni. Dico io, se hai un culo del genere vattene a giocare al casinò invece di rompere le palle alle urne.
Comunque, io la colpa ai vecchi,  ai sessantotttini, ai nostalgici del duce, ai democristiani convinti, agli ignoranti, ai politici non me la sento più di dargliela. Piuttosto comincio a prendermela questa colpa, perché ho ereditato un paese in crisi e ne sto costruendo uno da terzo mondo.
Se non fosse per il nostro ingresso nell’UE, saremmo già a capeggiare il meeting annuale dei paesi poveri.
Di idee ne abbiamo tante, tutti quanti. Di forze ancora un bel po’ da spendere. Ma quello che non si capisce, è dove indirizzare queste energie. Nel lavoro? Ovvio. Sono tutte lì, ma sembrano solo mantenere un equilibrio che quasi ti paralizza, tanta è la paura di perderlo (lavoro ed equilibrio).
Insomma, per ora tanti pensieri e poche soluzioni. – Arnald