Piazze virtuali.
Ciao a tutti precari,
avrete visto imperversare sui siti dei quotidiani più blasonati la protesta delle centraliniste del call center di Legnano.
C’è poco da dire, sei anni di precariato e solita solfa: risparmio, sfruttamento, ipocrisia.
Piuttosto mi pongo una questione di cui sono diretto interessato – come tutti i blogger che si occupano di lavoro – riguardo “piazza Web”: da una parte siamo padroni di protestare quotidianamente contro i soprusi, dall’altra rischiamo di isolarci e fare proteste sempre meno singolari, sempre più fini a se stesse.
Internet dovrebbe rappresentare una delle fasi della protesta, non il suo unico terreno. So che è faticoso (non ditelo a me), ma se vogliamo ottenere di più a livello collettivo, allora si dovrà alzare il culo dalle nostre poltrone e scendere davvero in piazza. – Arnald
p.s.: noterete che tra i cartelli si legge: “No a chi abusa della legge Biagi”. Dunque, le centraliniste non combattono contro il precariato come forme di lavoro mobile, ma come degenerazione del concetto di flessibilità. Che ne pensate?



2 settembre 2008 - 14:31
Non serve nel 2010 scendere in piazza – non siamo nelle proteste degli anni ‘70.
Questo è il mondo e il tempo delle individualità, non della socialità. Concetto amaro, che può certamente non piacere a molti – non piace neppure a noi del resto, ma è proprio così che stanno le cose.
Queste persone, per le quali proviamo un affetto naturale e un dispiacere sincero, potrebbero attivarsi in altra maniera.
Non ci sembra che “protestare” attraverso cartelli dentro un video sia una attività costruttiva.
Si sta chiedendo e pretendendo, non ci si sta proponendo nella propria professionalità ne si sta facendo qualcosa di costruttivo – andare in strada per protestare non ha nulla di costruttivo.
Un saluto.
2 settembre 2008 - 14:58
dall’Unità di oggi
La vera emergenza
Claudio Fava
C’è solo un modo per rendere onore ai due poveri operai stritolati da un convoglio ferroviario ieri in Sicilia: trovare il coraggio per dire che la vera emergenza, l’ignobile, drammatica, irrisolta emergenza in questo Paese sono i morti sul lavori. Non le zingarelle, non i barboni che occupano abusivamente le panchine dei nostri parchi, non i lavavetri che sciupano la nostra attesa ai semafori ma le donne e gli uomini d’ogni razza e paese che in Italia crepano sul luogo di lavoro. Un morto al giorno dall’inizio dell’anno, dice il Censis: il doppio degli omicidi commessi nel Paese. Come intende farsi carico, di questi ammazzati, lo Stato? Un bel funerale, un’inchiesta rigorosa, un sussidio alle vedove e agli orfani?
C’è un tempo per il cordoglio e un tempo per fare. Cioè per produrre fatti. Definendo e applicando tutti gli strumenti normativi e amministrativi che in parte già esistono e che servono a prevenire, a impedire, a scongiurare, a punire.
A meno che non ci si convinca, come qualche esegeta del governo Berlusconi suggeriva nei giorni scorsi, che i millecentosettanta poveracci crepati l’anno scorso cadendo dalle impalcature dei cantieri, affogati negli invasi d’acqua in campagna, stritolati dall’acciaio di un macchinario impazzito fossero tutto sommato un numero sostenibile, un prezzo dignitoso da pagare alla crescita del paese per poi non pensarci più. Mi ricordano un vescovo siciliano che anni fa spiegò ai suoi parrocchiani di non perderci il sonno sui morti di mafia, che tanto ne ammazza più l’aborto che Cosa Nostra…
3 settembre 2008 - 18:33
@Flessibili e precari.
Sono d’accordo con voi. Protestare con un cartello su youtube non è molto costruttivo, ma sei anni di contratto a progetto per rispondere al telefono mi sembrano sufficiente per capire quando un dipendente può essere o meno assunto in maniera più dignitosa e sostanzialmente più corretta rispetto al lavoro che fa.
Insomma: che diavolo di progetto è rispondere al telefono per sei/otto ore al giorno? – Arnald
3 settembre 2008 - 21:31
Probabilmente è un progetto non molto intelligente, come allo stesso modo non molto sveglia è la persona che in 6 anni non ha fatto in modo di trovare di meglio.
L’errore è avere come obiettivo una assunzione in una posizione di questo genere. L’biettivo siamo noi, non un posto di lavoro fisso.
Puntiamo su di noi, non su una posizione di lavoro fisso che non può farci felici, non credi?
Non sarà che la verità sta proprio nel fatto che la % dei giovani nullafacenti – o di quelli che vogliono diventarlo – o di quelli che soffiano sul fuoco di questi – è in italia un pochino troppo altina?
Torniamo un paese normale, e ricominciamo dalle basi: creare, costruire, generare – non chiedere, pretendere e oziare.
20 settembre 2008 - 10:51
Questa cosa di non scendere più in piazza perché ‘fuori moda’ (‘molto anni 70′) mi pare assurda; altro che società dell’individualismo: il punto è che si hanno seri dubbi sul perché e come protestare. La retorica di destra ha fatto si che chi protesta sia un ‘fannullone’ e soprattutto sia inutile.
Ma così come Brunetta qualcosa ha fatto, e prima di lui – per quel che ha potuto (non molto) – Prodi con gli evasori, se uno si mette le cose cambiano, almeno un pochino.
Tanta tanta gente in piazza contro la Biagi, e vedi che Berlusconi la cambia di corsa, ne sono convinto. Certo: trova il modo di fregarci altrove, ma se non si comincia a tappare si va a fondo prima!
Invece l’idea di oggi è che non si protesta (molto americana come cosa), si delega e si lascia fare (campa cavallo)… viviamo la nostra democrazia come fosse eccellente, quando di fatto tanto bella non è.
Il voto a Berlusconi – segno chiaro: è lui che il paese vuole, pochi cazzi – mostra questo. Fai tu, e io mi fido. Tanto ho la tv che mi informa di quello che combini. Sèèèè