Precari e contenti.

Ciao a tutti Flessibili (oggi devo essere di buon umore se non chiamo in causa i precari),
come ben sapete, da quando è nato il dibattito sulla legge Biagi, si è sviluppata una corposa letteratura sul tema disoccupazione.
Angela Padrone, giornalista del Messaggero che ogni tanto ha partecipato al blog e che ne ha uno suo dove ha pubblicato la mia storia e alcune delle mie vignette, dice la sua sul precariato con questo libro: “Precari e contenti. Storie di giovani che ce l’hanno fatta”.
L’ho comprato, l’ho letto e ora ve ne riporto le mie personalissime impressioni.
La prima cosa che salta agli occhi è che questo non è un libro politico. Se vi sembra poco, io direi invece che ha quasi del miracoloso, visto quello che succede intorno al dibattito sul precariato.
Il libro consiste di 4 parti. Un’introduzione in cui la Padrone (certo che ‘sto nome è tutto un programma), ci racconta la sua storia di precariato negli anni ’80. Una storia fatta di attese, frustrazioni e speranza per niente diverse dalla nostra. E subito viene fuori un elemento: la solitudine nella frustrazione. Quella che a noi, fortunatamente, ci è stata risparmiata grazie a questo contenitore interattivo che è internet.
La seconda parte è fatta di storie diverse ma tutte con un leit motiv: passare dall’idea di precariato a quella di flessibilità.
Parte terza. Il call center. Un capitolo dedicato alla forma di sfruttamento (nostro e di chi finisce nel mirino della telefonata) più odiata. La vera prima metafora esistenziale della “mille euro generation”.
Parte quarta, conclusioni e statistiche (importantissime perché ci mostrano per una volta i numeri della disoccupazione senza nascondere i “benefici” fittizi del precariato).
Il presupposto su cui si muove Angela Padrone è che la flessibilità nel lavoro è una cosa che nel resto del mondo esiste con regole precise e che può creare occasioni di crescita, nostre e per lo Stato, inimmaginabili. Da noi invece, prima della legge Biagi, l’estremizzarsi delle posizioni sindacali ha portato a chiudere con l’idea di mobilità delegando la possibilità di tentare differenti impieghi al mondo del lavoro nero. Negli anni ’70, per esempio (cito le sue parole): “Se andavano in Inghilterra, le compagne quindicenni italiane potevano prendere un’indennità di disoccupazione e venivano aiutate a trovare un lavoretto, sia pure come cameriere in un ristorante. In Italia dovevano accontentarsi di sfilare in corteo con gli operai”.
Secondo Angela uno dei problemi italiani è questo: “Non importa che da quando il lavoro è diventato più flessibile, la disoccupazione sia diminuita (e tutti sappiamo perché, dico io), e l’occupazione cresciuta. Non importa che siano nate tante opportunità in più e che rispondano a esigenze diverse…Quasi si evita di discutere in che modo, piuttosto, si possano mitigare le conseguenze dell’incertezza. Solo ora in Italia (finalmente ci siamo arrivati, dico sempre io), si comincia a parlare di meccanismi di sostegno al salario, per fare un esempio, di previdenza sociale anche per chi non è assunto, di agevolazioni e aiuti per chi cerca un lavoro”.
Insomma. La flessibilità poteva essere un’occasione: noi l’abbiamo trasformata in una punizione.
Come? Semplicemente escludendo dalla riforma del lavoro qualunque forma di ammortizzatore sociale, di aiuto reale ai giovani, di sostegno alle politiche di sviluppo della piccola impresa.
Hanno il coraggio di chiamarci imprenditori solo perché siamo spesso obbligati ad aprire la partita Iva. Il precariato è una punizione perché non abbiamo nessuna prospettiva per la nostra pensione.
Quello che veramente emerge da questo libro è che di gente con le palle ce ne è tanta. Angela ha trovato un sacco di ragazzi con talenti differenti e con la capacità di mettersi in gioco.
Ma il posto fisso? Poniamo il fatto che ci si possa rinunciare. Cosa ci aspetta? Di comprare una casa non se ne parla. Affittarla è già un impresa eroica perché lo Stato ci lascia soli anche in questo, permettendo che dilaghino prezzi alti, irraggiungibili. Il costo della vita non ci permette in nessun modo di uscire dalle pareti domestiche. Io l’ho fatto e tremo tutti i mesi.
La maggior parte dei ragazzi intervistati da Angela dicono, con un alzata di spalle, che per ora non sentono l’esigenza di lasciare mammina. C’è chi ammette: “La mia forza è sempre stata la famiglia, se non avessi avuto una famiglia come la mia non sarei mai riuscita a fare tutto quello che ho fatto. Loro mi hanno sempre sostenuta”.
Ebbene lo dico anche io. Mia madre ha il vizio (grazie a Dio) di lasciare ogni mese qualche soldo nel cassetto di quella che era la mia scrivania. Quando resto in apnea troppo a lungo è lì che vado a cercare una boccata d’ossigeno.
Alcuni dei ragazzi intervistati parlano della libertà di andare a lavorare quando si vuole (nei call center soprattutto), ma tutti sappiamo che in massima parte il contratto a progetto nasconde orari degni di una fabbrica clandestina cinese.
La verità è che con la legge Biagi in Italia è iniziata una festa: e noi precari siamo la portata principale. Ad agosto ero a Helsinki con la mia ragazza. Incontriamo un palermitano sui 40, letteralmente scappato dal nostro Paese e dal suo paese, dove per avere un lavoro dovevi chiedere, pagare, ammanicati con questo o con quello. Ripeteva queste parole con una senso di schifo con non riesco a togliermi dalla testa.
Quando è arrivato in Finlandia, 17 anni fa, ha ricevuto subito un assegno di disoccupazione che oggi è di 1500 euro (vi rendete conto!) e gli hanno proposto dopo poco tempo cinque lavori. Ne ha cambiati tanti, ma no ha mai avuto un problema di insicurezza. Questa dovrebbe essere la flessibilità.
Da noi, cito una delle intervistate del libro parlando della stagione estiva: “Iniziale contratto di stage per successivo inserimento nell’organico. Ma… se la stagione estiva dura tre mesi e lo stage dura tre mesi, quando saremo inseriti in organico? Ma insomma, bisogna fare lo stage anche per lavare i piatti?”
Eccola che spunta, la nostra italianità, in cui tutto cambia perché niente cambi.
Angela inizia dicendo: “Trovare un lavoro è un triplo salto mortale. Inutile farsi illusioni”.
La sua storia è la nostra storia. E sarà quella dei nostri figli.
Non c’è governo o parte politica che lo possa cambiare cari precari (ecco il pessimismo).
I ragazzi che secondo Angela ce l’hanno fatta, sono in massima parte persone che hanno deciso di sopravvivere con ottimismo alla sciagura di essere nati qua. E questa, è la cosa che fa più male del libro. Quello che c’è di buono, invece, è che butta nel cesso un bel po’di demagogia politica di ogni parte.
Mentre vi scrivo penso al fatto che lunedì tornerò a lavoro. Un lavoro che amo tanto, per il quale ho fatto un master. Per il quale sono disposto a prendere (da questo mese) 500 euro mensili (prima erano 300), nei tempi e nei modi che l’azienda vorrà. Penso al fatto che a Giugno ho deciso di sposarmi e che voglio avere un figlio. Penso che non devo avere paura e non posso aspettare di sistemarmi perché quel giorno non arriverà tanto facilmente o nel modo in cui penso io.
Penso a quella frase in cima al mio blog. Un esercizio che avevo fatto al master in pubblicità per una campagna (finta) della CGIL contro il lavoro sommerso, affidando ad altri la speranza di un lavoro dignitoso: “Da quante settimane dura la tua settimana di prova?”.
Meglio smettere di contare e continuare a contare sulle proprie forze. – Arnald


15 settembre 2007 - 22:50
Ciao Arnald, complimenti. Mi sembra che tu abbia colto in pieno il senso del mio libro, che ha l’obiettivo di uscire dalle trappole dei luoghi comuni e delle ideologie, per raccontare una situazione che è quella che è: l’Italia. L’Italia con i suoi vizi antichi, e le sue antiche stupidità , i suoi autolesionismi. Un paese dove i giovani faticano, da sempre, molto più degli altri per entrare nel mercato del lavoro. Un Paese dove i “vecchi”, come nelle caserme di un tempo, guardano i giovani dall’alto delle loro protezioni. E dove, anche per questo, non siamo ancora riusciti ad applicare come si deve la “flessibilità buona”
Detto tutto ciò, ho cercato anche dei motivi di ottimismo: ognuno deve rimboccarsi le maniche e trovare in se stesso forza e passione (la passione è un punto centrale del libro) per realizzare ciò che vuole. Venti anni fa, forse stentate a crederlo, la legge Biagi (che vi sta tanto…) non c’era, ed era peggio di oggi. Ma capisco che non sia per niente una consolazione.
Voglio aggiungere che questo non è solo un “saggio”, ma una raccolta di storie. Avventure vere, di giovani che si sono sbattuti come pazzi e ai quali si possono rubare delle idee, dei suggerimenti, un’ispirazione. Da quello che ama i cavalli e comincia dalle stalle, agli ingegneri venuti dal Sud, all’archeologo che si trasforma in operatore turistico, al neo-laureato quarantenne, alla maestra-cameriera. La cosa più bella per me è stata conoscere queste persone e raccontare le loro vicende. In qualche caso mi sono seriamente emozionata, come quando mi è arrivata la lettera dell’oncologa che dopo avermi raccontato il suo percorso freddamente, me lo “colora” con tutti tormenti e i desideri che l’hanno agitata. Insomma, a me quello che interessano sono le persone, non solo i numeri, sarà perché io stessa ho vissuto con enorme travaglio la ricerca del “mio” lavoro.
Mi scuso ;-) per il mio cognome, che certo non aiuta, anzi mi perseguita da sempre: pensate quando avevo sedici anni e andavo ai cortei contro i “padroni”! .
In bocca al lupo a tutti
PS X Arnald: …e pubblica la copertina! E’ tanto carina, e mi è costata tanta fatica!
16 settembre 2007 - 13:43
Effettivamente la copertina merita una noticina.
Se provate a scrivere su ggogle “precari e contenti”, compare più di una copertina per il libro. Questo perché Angela Padrone e il suo editore, hanno cercato ll strada migliore per dire in immagini quello che il libro racconta. Non so di preciso se l’idea sia di Angela o del fotografo Francesco Toiati. Di sicuro è un bel lavoro. – Arnald
18 settembre 2007 - 11:12
Non ho ancora letto il libro (solo uno stralcio sul Messaggero di qualche giorno fa), ma da quanto scrivete emerge il concetto di “flessibilità buona” non ancora applicata in Italia. Ed è qui che bisognerebbe fare la battaglia. Perchè il concetto di flessibilità, come lo intendeva Biagi, e come lo spiega Angela, è ottimo. Il problema è che viene a cadere in un contesto e in un sistema pessimi.
Analizzo due punti.
1) Io lavoravo come recruiter, ed ero l’addetto alla selezione e all’inserimento del personale. Avevo un contratto da stagista, poi diventato co.pro., ma ero a tutti gli effetti un dipendente. Non solo, ero anche l’addetto al confezionamento di contratti a termine, il 98% dei quali a progetto, per i candidati selezionati. Il settore era quello dell’informatica. Settore, ahimè, che funziona malissimo e che vive sulla pelle di migliaia di ragazzi, usati come carne da macello. Ragazzi che non possono esplicitare neanche un “NO”, a causa, ovviamente, della mancanza di potere nei confronti del datore di lavoro, determinata dall’assenza di garanzie.
2) La precarietà che noi tutti oggi viviamo sulla nostra pelle, oltre che dai pessimi contratti che ci sono di cui al punto 1, è determinata altresì dal contesto più ampio. Un precario non può comprare un oggetto finanziabile (casa, mobili o un semplice computer) se non ha la garanzia dei genitori o di chi per lui. E’ impossibile andare avanti così.
Ecco, credo che questi 2 punti siano quelli più importanti su cui focalizzare l’attenzione. La flessibilità è buona, ma va applicata per quello che è. Gli strumenti per renderla “buona” ci sono, quel che manca è la volontà politica. Perchè?
18 settembre 2007 - 11:22
E’ proprio questo il punto Massimo. Posto il fatto che si voglia a tutti i costi svecchiare e rendere migliore il mercato del lavoro attraverso al felssibilità, bisogna creare i presupposti perché funzioni. Sennò sarebbe come avere un auto senza strada asfaltata, ma un percorso a ostacoli con buche e veri e propri fossati. – Arnald
19 settembre 2007 - 11:09
Mi aggiungo a questo post (in attesa di una copia autografata del libro di Angela!) per ribadire questo concetto: il problema italiano è che la flessibilità va di pari passo con il basso stipendio, indipendentemente dalla produttività del lavoro erogata dal lavoratore.
21 settembre 2007 - 10:28
Ciao Arnaldo, vedo con molto piacere che il tuo sitofunziona alla grande. Se posso darti un suggerimento per il post succcesivo è lo step seguente allo stage. Personalmente, dopo lo stage di tre mesi, venni riconfermato all’esorbitante cifra a nero di 100 euro mensili…solo la mattina, tre volte a settimana. Ora, dopo due anni e mezzo, sono stato assunto: contratto a progetto, scadenza Marzo 2008, condizioni di lavoro da lavoro subordinato, 400 euro mensili in ritenuta d’acconto e altri 150 extrabusta (quando ci sono), tranne nel mese di Agosto, perchè sono stato in ferie. Otto ore giornaliere dal Lunedì al Giovedì, solo la mattina il Venrdì (in pratica 36 ore settimanali). Due Venerdì fà non venni (mezza gornata di ferie) che dovetti recuperare fermandomi venerdì scorso anche il pomeriggio!
In vista ci saranno un po’ di domeniche col mercatino di beneficenza: dalle sette del mattino alle 19.00 a Piazza dei quiriti oppure all’EUR….chiaramente senza riposo settimanale di recupero!
Così lavorano le onlus. Non si fregano nemmeno un centesimo dalla solidarietà, ma soddisfano la loro coscenza sfruttando i “dipendenti” a nero!
21 settembre 2007 - 10:40
Carlo,
quasi quasi ti conviene stare dalla parte di quelli che la tua onlus aiuta. Credo che guadagnino più di te? Che aspetti a lasciare quel posto? – Arnald
p.s.: Una mia amica andò a lavorare alla chef express alla stazione Termini. Guadagnava di più e lavorava di meno. A buon intenditor…
4 luglio 2008 - 09:27
Lavoro e No Profit
Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!
Un nuovo blog aperto al contributo di tutti!
http://terzosettore.wordpress.com/