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Doveva succedere. E noi dovevamo aspettarcelo.
La lotta al precariato, nella sua lunga metamorfosi durata anni, infine, è diventata lotta ai precari. Ha mutato nella stagione delle polemiche sulle pensioni e sull’improbabile futuro di una generazione condannata all’insicurezza. Ha lasciato la vecchia pelle sulla strada, in pasto a ideologie di ogni schieramento e si prepara a spiccare il suo definitivo volo nei progetti del centrosinistra prima e del centrodestra poi. Intendo dire che la nuova frontiera della lotta al precariato non passa più per l’abolizione della legge Biagi. No. Non vorrete davvero far chiudere i battenti a tutti quelli che festeggiano con soddisfazione questo nuovo medioevo di classe? Ci mancherebbe. La lotta al precariato, adesso, è guerra aperta allo stato psicologico che uno Stato psicopatico ci ha offerto in tanti anni di sofferenze e delusioni. Vogliono trasformare la nostra percezione (così la chiamamo) di essere precari, nella certezze di essere lavoratori flessibili. Mi direte: “E dov’è la novità?”. La novità è che c’era un programma di governo, anch’esso impalpabile, che a detta di molti recitava il requiem alla legge Biagi, a detta di altri, ne voleva mantenere le parti migliori. Non sto nemmeno a dirvi chi pensava una cosa, chi l’altra. Fatto sta che ora la sinistra radicale si sente libera da vincoli e fedeltà a Prodi. Lo stesso dicasi per Mastella che ha trovato la sua voglia di emancipazione attraverso la lotta alla legge elettorale. Per quanto mi riguarda è poco importante. Quello che conta è che i vertici hanno davvero deciso che i lavoratori non sono più essere umani di classe A, ma merce a disposizione del miglior offerente, che ovviamente farà di noi tutto ciò che vuole. Insomma. Che altro serve per farci sollevare la testa? Che vengano personalmente a mettercelo nel culo? – Arnald