Se il lavoro non è una merce.
“Il Lavoro non è una merce”, Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
L’ho cercato sul web, ma non l’ho trovato. Parlo dell’articolo di Luciano Gallino comparso oggi alla pagina 20 de La Repubblica. Un articolo in qualche modo rovescio della medaglia rispetto a quello pubblicato ieri, sul Corriere della Sera, da Pietro Ichino. Non starò qui a riscrivere tutto l’articolo, nella speranza di trovarlo tra un po’ in rete, piuttosto ve ne riporto una parte che ben mostra come l’lluminato Gallino tratta il problema del mondo del lavoro. Non da mero legislatore o studioso, ma da uomo del nostro tempo che vive a contatto con la vita di chi ha perso la bussola del futuro:
“Mentre i suoi effetti sull’occupazione sono a dir poco dubbi, di sicuro la legislazione sulla flessibilità ha prodotto un forte aumento dei lavori recanti a vario titolo una data di scadenza, che gli interessati non sanno mai se e quando verranno rinnovati. Grazie ai quali il reddito individuale familiare è incerto; le pensioni, in prospettiva, di entità offensiva; cosicché la flessibilità si è trasformata – per parecchi milioni di persone, non per le poche centinaia di migliaia di cui talora si legge – in precarietà dell’esistenza…Ove si riconosca che il lavoro non è una merce, qualunque intervento legislativo verta su di esso dovrebbe fondarsi sul presupposto che il lavoro è inseparabile dalla personalità, dall’identità, dalla posizione sociale, dalle relazioni familiari e comunitarie, dal diritto alla sicurezza economica e sociale, dal futuro dell’individuo che lo presta. Per contro se il lavoro è una merce, paragonabile a un tavolo, un frigo o un cellulare, che liberamente si vende, si scambia, si affitta o si getta, tutti codesti predicati della persona, dell’essere umano, diventano irrilevati, agli occhi del legislatore come per la politica e l’impresa”. – Luciano Gallino.


