Sommersi&Salvati
“La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni”. – Beppe Grillo
Potremmo dirlo in tanti modi, seguendo, magari, le regole del buon gusto e senza scendere in sproloqui di alcun genere. Ma stavolta lascerei i toni morbidi ai nostri politici e ai ben pensanti sempre pronti a intavolare soporifere discussioni.
Almeno su questa pagina possiamo dirlo senza ipocrisie: viviamo in un Paese di merda.
Un Paese in cui ogni occasione di crescita diventa momento di recessione economica e sociale. Un Paese che vorrebbe destinarci a vivere una vita molto più che precaria, ma ossequiosa verso un sistema nato e cresciuto per schiacciare ogni nostro progetto.
Beppe Grillo ci chiama “schiavi moderni”. Un’immagine forte ma non realistica della nostra condizione. Noi non siamo schiavi, ma incoscienti donne e uomini liberi che non trovano le forze e le ragioni per emergere nella nostra società. Gli schiavi avevano catene fisiche e psicologiche che noi possiamo decidere di rompere, senza dare più la colpa ai nostri genitori e allo Stato marcio che ci hanno cresciuti con l’inganno di una vita lavorativa appagante. Possiamo continuare a “lavorare” per questi nuovi padroni, fare stage da pochi euro al mese e contemporaneamente andare a sbarcare il lunario in ristoranti, mercati o facendo i pony express. Ma la cosa fondamentale è che accanto a tutto questo deve esserci un percorso che ci renda autonomi dal sistema imposto dall’alto, che ci restituisca il gusto di lavorare e la possibilità di vivere in modo moralmente ed economicamente dignitoso. Ho chiamato questa sezione Sommersi&Salvati, parafrasando il grande Primo Levi, con la convinzione che molti di noi abbiano progetti che da soli è difficile far partire, ma che se condivisi possono trovare la strada della realizzazione e del successo. C’è un sito, www.guerrigliamarketing.it, nato dalla voglia di ragazzi che, stanchi di farsi sfruttare nel mondo della pubblicità, hanno fondato la loro agenzia sul web con questa filosofia: fottere il mercato per entrarci. Io vi dico che possiamo anche fare di meglio: entrare nel mercato per fotterlo. Quindi se avete idee da condividere, persone da cercare per far nascere attività di qualsiasi genere (legali ovviamente) scrivete e condividete. Magari, in questo mare di sfruttamento che vi (ci) sommerge, qualcuno riuscirà a trovare la strada verso la propria personalissima salvezza. -Arnald



12 giugno 2007 - 14:53
Condivido tutto quello che hai scritto, caro Arnald. Soprattutto la parte in cui dici che viviamo in un Paese di merda.
Noi viviamo in un Paese così penoso perché, secondo me, siamo un popolo penoso. A costo di scendere nel qualunquismo più becero non posso non pensare che noi tutti siamo gli artefici del Paese in cui viviamo.
Un giorno si alza un giuslavorista (poi perché si dovrebbe chiamare così un professore di diritto dell’università che lavora – ops, è consulente tecnico – per il Governo non lo so!) e dice che la soluzione alla disoccupazione è quella di creare un popolo di precari. Nelle intenzioni il progetto del giuslavorista è nobile: se fossimo un Paese serio, sarebbe una grande soluzione. Nel momento in cui un’azienda ha un problema TEMPORANEO di produttività oppure ha un ciclo economico che prevede un picco produttivo in determinati momenti dell’anno, può assumere con un contratto a progetto. Ma noi che siamo un Paese di merda, abbiamo assistito all’ennesimo, scellerato esempio di come una cosa filosoficamente giusta e corretta, possa essere trasformata nella rovina di milioni di giovani lavoratori: il precariato. perché tutte le imprese che si rispettino, ovvero le più furbe, hanno deciso di utilizzare questo strumento di contratto temporaneo come se fosse la normalità. E quindi tutti progetti e tutti precari. Le aziende risparmiano un sacco di soldi di contributi, lo stato risparmia un sacco di soldi di pensione (non venendo versati i relativi contributi) e un sacco di precari presi, perdona il francesismo, per le palle. Ecco quello che siamo: presi per le palle. L’ultima frase del post è quello che mi ha fatto, personalmente, più male: “qualcuno riuscirà a trovare la strada verso la propria personalissima salvezza”. L’azione individuale è la traduzione dell’ “arte di arrangiarsi” di cui parlava il grande Antonio De Curtis. I napoletani amano l’arte di arrangiarsi, di trovare la scappatoia. E sono per questo famosi nel mondo. Oggi gli italiani hanno sposato questa (dubbia e discutibile) filosofia di vita che proprio non riesco a condividere. Secondo me la soluzione è quella di rifiutare i contratti a progetto, tutti insieme. E’ utopia, me ne rendo conto. Utopia perché viviamo in un Paese di merda, in cui ognuno pensa per sé e cerca di fottere il prossimo. Ma mi piace pensare che siamo un Paese normale e civile, in cui la “massa” si muove per il raggiungimento di obiettivi di vita civile. Mi piace pensare di vivere in Danimarca dove un lavoratore pubblico è più a rischio licenziamento di uno privato solo per il fatto che utilizza i soldi della collettività. E’ utopia, lo so. Ma mi piace sognare. E tra l’altro è l’unica cosa, fino ad oggi, non tassata. Non mi togliere questo piacere Arnald. Almeno fino a quando qualcuno, più furbo di noi, ci penserà.
12 giugno 2007 - 15:21
Caro Sognatore,
a parte i miei complimenti per la chiarezza con cui scrivi, devo dirti che hai davvero colto nel segno. Vorrei aggiungere alla tua ottima risposta un dato del quale il governo è più che cosciente e al quale non riesce a trovare una soluzione reale. La pensione è in via d’estinzione. Il fatto tragico non è (strano a dirsi) che noi non avremo una pensione. Semmai è che, non potendo versare contributi nemmeno paragonabili a quelli versati dai nostri genitori, lo stato sociale è destinato ad un impoverimento senza freni. Detto brevemente, tutti col culo per terra, contribuenti e non. – Arnald