Archive for giugno, 2007

Incrociamo le dita, ma non grattiamoci le palle.

Ciao precari,

Veltroni ha pronunciato il discorso per la sua candidatura al partito democratico.
Ha parlato di tante cose e ha parlato anche di noi. Io vivo a Roma e posso dire che è stato un buon sindaco, sicuramente il migliore che io abbia vissuto nei miei 32 anni.
Certo è che Roma è una città difficile e di cose da fare ce ne erano molte altre che non hanno ancora trovato realizzazione. Ma una cosa ho sempre notato nelle mancanze di questo sindaco. Che la maggioranza di esse derivavano dai comportamenti dei cittadini. Per questo dico incrociamo le dita, ma non grattiamoci le palle. Perché Veltroni potrà metterci tutto l’impegno del mondo, ma senza di noi, senza il nostro impegno, la nostra partecipazione e, perché no, opposiozione, ci sarà ben poco da trasformare. La nostra società ha sempre portato in grembo un grande difetto genetico: l’illegalità silenziosa. Non solo stragi, omicidi di cui si riempiono pagine e pagine dei nostri giornali. Non solo scandali ai vertici, arresti di presidenti, assessori e senatori. L’llegalità è motore delle stesse strutture che dovrebbero portare legalità. Le strutture che dovrebbero magari aiutarci a trovare stabilità nella vita. Nel lavoro, per esempio, è evidente come le responsabilità e il sistema stesso, siano lasciati sulle spalle di lavoratori in nero, stagisti o professionisti retribuiti con ritenute d’acconto, partite iva, contratti a progetto o contrattini a tempo determinato che appena scaduti possono essere rinnovati lasciando passare semplicemente 20 giorni tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo contratto. Oggi, sul blog di Grillo c’è una pagina molto esauriente sulla questione della degenerazione del mondo del lavoro anche all’interno delle stesse strutture pubbliche. Forse siamo arrivati all’ultima fermata di questa dolorosa caduta del mondo del lavoro? Sinceramente non credo. Anzi sono convinto che si possa cadere anche più in basso di così. Tuttavia, forse abbiamo una speranza in più di invertire questa tendenza. Si chiama Walter Veltroni e tutto quello che rappresenta. Se bisogna cominciare a svecchiare questo sistema lui è l’uomo giusto e noi siamo il “popolo” eletto. Una generazione di diseredati del lavoro in cerca di rivincita. In cerca di giustizia. In cerca di un lavoro: un lavoro vero.
Vi riporto uno stralcio delle sue parole. Buona lettura:
“Più lotta contro la precarietà”
La lotta alla precarietà è la grande frontiera attuale che il Partito democratico ha davanti a sé. «È la precarietà, soprattutto la precarietà die giovani quella che noi dobbiamo combattere. In un tempo fantastico della loro vita – ha detto tra gli applausi – a loro viene detto solo di aspettare, aspettare di avere un lavoro serio, un mutuo per la casa. Ma la vita non può essere saltuaria, non può essere part-time». – Walter Veltroni, Torino 27-06-2007

La riforma delle pensioni.

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Precari su Marte.

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Ciao a tutti flessibili.
Siete ancora decisi a trovare un lavoro appagante, emozionante e che magari faccia anche curriculum? Forse stavolta c’è quello che fa per voi. Pare che stiano cercando volontari per simulare le condizioni di vita su Marte. Il lavoro dura 2 anni, poi magari chissà, potrebbero decidere di sperimentare anche gli altri pianeti. Insomma, per chi come noi cammina sul pianeta “lavoro”, affrontando gli zombi dei call center, i mostri delle agenzie interinali e i nostri sadici politici, alieni a qualunque forma di umanità, non dovrebbe essere una missione difficile. Cosa aspettate? – Arnald

L’italia è una repubblica democratica affondata dal lavoro.

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È davvero il caso di smetterla. Ce la mettono davvero tutta i giornalisti, i politici, gli istituti di ricerca. Presto cominceremo anche noi precari o i lavoratori in nero a dire che viviamo in un Paese che si cura dei propri cittadini e lavoratori. Oppure ci incaponiremo giustamente sulla questione della qualità del lavoro e a questo punto delle statistiche. Oggi troneggia sui giornali il titolo: “Disoccupazione mai così bassa dal ‘92”.
Bella soddisfazione non trovate? E dite dite. Quali dati hanno usato? Per esempio: se un lavoratore ottiene un contratto di sei mesi e dopo un secondo contratto identico fanno due posti di lavoro?
Fortunatamente Elena Polidori, autrice dell’articolo de La Repubblica di cui vi invito a leggere qualcosa per incazzarvi come si deve, in qualche riga riassume il problema di fondo delle statistiche: “Queste statistiche conteggiano il lavoro precario come vera occupazione”. Può bastare? No. Incazzatevi di brutto con questi politici che dicono stronzate e leggetevi l’ultimo post di Grillo – Arnald

L’età pensionabile? Un parametro a rischio.

Volete farvi due risate?
Andatevi a leggere gli ultimi atti della questione sull’età pensionabile.

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Se il lavoro non è una merce.

“Il Lavoro non è una merce”, Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

L’ho cercato sul web, ma non l’ho trovato. Parlo dell’articolo di Luciano Gallino comparso oggi alla pagina 20 de La Repubblica. Un articolo in qualche modo rovescio della medaglia rispetto a quello pubblicato ieri, sul Corriere della Sera, da Pietro Ichino. Non starò qui a riscrivere tutto l’articolo, nella speranza di trovarlo tra un po’ in rete, piuttosto ve ne riporto una parte che ben mostra come l’lluminato Gallino tratta il problema del mondo del lavoro. Non da mero legislatore o studioso, ma da uomo del nostro tempo che vive a contatto con la vita di chi ha perso la bussola del futuro:
“Mentre i suoi effetti sull’occupazione sono a dir poco dubbi, di sicuro la legislazione sulla flessibilità ha prodotto un forte aumento dei lavori recanti a vario titolo una data di scadenza, che gli interessati non sanno mai se e quando verranno rinnovati. Grazie ai quali il reddito individuale familiare è incerto; le pensioni, in prospettiva, di entità offensiva; cosicché la flessibilità si è trasformata – per parecchi milioni di persone, non per le poche centinaia di migliaia di cui talora si legge – in precarietà dell’esistenza…Ove si riconosca che il lavoro non è una merce, qualunque intervento legislativo verta su di esso dovrebbe fondarsi sul presupposto che il lavoro è inseparabile dalla personalità, dall’identità, dalla posizione sociale, dalle relazioni familiari e comunitarie, dal diritto alla sicurezza economica e sociale, dal futuro dell’individuo che lo presta. Per contro se il lavoro è una merce, paragonabile a un tavolo, un frigo o un cellulare, che liberamente si vende, si scambia, si affitta o si getta, tutti codesti predicati della persona, dell’essere umano, diventano irrilevati, agli occhi del legislatore come per la politica e l’impresa”. – Luciano Gallino.

Quando non ci si misura con la vita vera.

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Salve a tutti diversamente occupati.
Vi segnalo un articolo di Pietro Ichino apparso sul Corriere della Sera, che cerca di fare il punto sulla riforma alla legge Biagi proposta dal Governo. Ora, il nostro Pietro solleva una serie di obiezioni assolutamente lecite e puntuali rispetto ai termini di questa riforma. Tutto sull’articolo sembra riportare le origini della riforma Biagi ad un’attività legislativa appartenente ad un periodo precedente la riforma stessa: in breve sarebbe a dire che lo Stato italiano aveva in pectore l’affondamento dei diritti del lavoratore. Quello che però mi interessa – per questo vi invito a leggere attentamente l’articolo che è comunque molto istruttivo – è cercare di capire quando tutti questi signori, politici e professori, decideranno di scendere dalle loro fottute cattedre per farsi due passi nella vita reale. Vi faccio un esempio secondo me calzante della ristrettezza in cui i pensieri di costoro si muovono. Poniamo il fatto che io decida di invitare il sindaco a vedere quanto sporca sia una strada del mio quartiere. A meno che non voglia fare un blitz non comunicando i propri spostamenti, il nostro caro sindaco non potrà mai vedere la strada sporca. Sarebbe infatti preceduto da un esercito di spazzini (operatori ecologici pardon) consiglieri municipali, leccaculo di ogni genere che non fanno mai male e la banda musicale dell’oratorio. Ovviamente troverebbe le strade pulite e la “cittadinanza” ossequiosa ad attenderlo. Questo succede veramente: come succede veramente che stare tutto il tempo in cattedra non ti permette di sporcarti i piedi (figuriamoci le mani) con la pozza di fango nella quale ci hanno letteralmente depositato. Il caro Pietro Ichino, prima di perdere tempo a discutere se i contratti di job on call fossero sempre esistiti o meno (ha ragione c’erano pure prima), dovrebbe domandarsi cosa è davvero la riforma Biagi. Ebbene. Dalle mie parti (nel fango) riforma Biagi non significa: rendiamo il lavoro flessibile per migliorare le condizioni di tutti.
Piuttosto significa: diamo ai padroni il potere di far diventare tutte le carriere esistenti nel mondo del lavoro una cosa sola. Un forma di ricatto. – Arnald

Max Cosmico per diversamenteoccupati.it

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Come promesso, abbiamo l’intervista al protagonista di 1000€ blues. Leggetevela tutta cari amici precari, perchè ne vale la pena. Allora Max. Intanto grazie per aver risposto tanto velocemente alla mia richiesta di intervista.
Da dove vogliamo cominciare? Che ne dici intanto di spiegarci perché “cosmico”?
 Grazie a voi! Gli spazi come i vostri sono preziosissimi, sono quei pochi punti di riferimento e di aggregazione per la nostra sbandata e trascurata (dai media, dai politici, dai sindacati, ecc.) generazione precaria.
 Ma veniamo a noi. Il nome Cosmico l’ho scelto per diversi motivi. Innanzitutto ha un’assonanza con il mio cognome (Colosimo) e quindi si presta bene per rappresentare il mio oscuro alterego, una sorta di paladino rancoroso e incazzereccio che vuole perorare la causa della mia/nostra generazione.
Inoltre l’ho scelto perchè mi affascinano molto i temi “spaziali”, i film di fantascienza di serie b, il cosmo, le civiltà aliene (su questo tema ho scritto anche un brano, “L’invasione dei Cazzabubboli”, ispirato ad una vignetta di un mio amico, Riccardo Castelli). In un certo senso è consolante sapere che non siamo altro che un piccolo e ridicolo formicaio disperso in un granello di Terra nello spazio, ti aiuta ad estraniarti dalle piccole e grandi probbbblematiche che ci riguardano. Leggi il resto »

Una specie in via d’estinzione.

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Volete sapere come si fa ad invidiare i 200.000 pensionati che sono scesi in piazza a protestare?
Semplice. Basta nascere alle porte del 2000 e scoprire che un giorno dovrai scendere in piazza per chiedere una pensione. Voi che ne pensate? – Arnald

Un’industria che fa perdere lavoro.

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Stavolta bisogna evitare che si creino posti di lavoro.
No, non avete letto male. Si deve fermare il lavoro.
Ci sono possibilità di lavoro, e possibilità di lavoro: quelle lecite e quelle che vanno contro il concetto stesso di uomo e del suo bisogno di elevarsi, e non solo di cibarsi o soddisfare gli altri bisogni primari.
Bisogna evitare che una compagnia texana arrivi fischiettando in Sicila e, come se niente fosse, cominci a violentare la terra e a piazzare come meglio crede macchinari di trivellazione per ACCERTARSI che ci sia o meno petrolio nel sottosuolo della Val di Noto. Per chi non conoscesse la zona, dico solo che è stata dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO e che racchiude capolavori artistici unici del tardo Barocco, immersi in uno scenario naturale da farti pensare di diventare esponente di greenpeace, anche se non ci avevi mai pensato prima. Una bomboniera sulla quale si vuole installare un impianto di dissanguamento, un eccidio culturale, artistico e ambientale bello e buono.
Il punto è che non si può immolare un posto del genere semplicemente in nome di un probabile sviluppo economico, soprattutto perché le cose non stanno esattamente in questi termini.
Analizzando bene la situazione, si comprende senza molta difficoltà che l’azienda petrolifera (non filantropica) sarebbe la beneficiaria dei trivellamenti in questione, lo Stato italiano avrebbe alcuni privilegi, ma i guadagni in definitiva sarebbero americani e, inoltre, la quantità di petrolio estratto non basterebbe al fabbisogno della stessa Val di Noto; i posti di lavoro che si creerebbero non sarebbero tali e tanti da sopperire ad un altro gravissimo effetto collaterale: il ridimensionamento degli afflussi turistici. La crescente industria turistica della zona, infatti, avrebbe uno stop immediato e i danni sarebbero paragonabili a quelli di un frontale automobilistico proprio quando, lanciato di terza, stai per mettere la quarta!
Insomma, il gioco non vale la candela ma, soprattutto, anche se la valesse si rischia che la sua fiamma bruci il patrimonio artistico e culturale, l’identità e la bellezza non solo di un luogo, ma di un popolo che da sempre subisce ‘ste cazzo di occupazioni e sfruttamenti… ok ok! non vi attacco il pippone del siciliano che recrimina per una storia di dominazioni e di dominati che alla fine hanno tratto a carissimo prezzo solo un po’ di beneficio e forza dalla loro condizione…
Come ben saprete, sul problema della Val di Noto, meglio di me ha scritto Andrea Camilleri. Leggetevi l’articolo. E poi, che dire, firmate la petizione per impedire questo scempio.
Se volete saperne di più, fatelo. Il web è vostro. E magari ricordatevi pure che il patrimonio artistico della Val di Noto non è solo dei siciliani, di quelli che stanno a Modica o di quelli che abitano a Noto o lì intorno. È di tutti, perché vedere la valle, non costa niente, oltre al biglietto per andarci, si intende.

Lefus